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Il ruolo del giornalista
Dopo aver letto il post precedente di Sonia molti giovani collaboratori e alcuni blogger mi hanno fatto la fatidica domanda: ” tu che ti sei trovato decine di volte in situazioni simili ( guerre, terremoti, alluvioni) come ti sei comportato ? la prima cosa che ha colpito i miei interlocutori è stata la mia perplessità e il mio stupore. ma che razza di domanda mi fate ? Io non sono un soccorritore, io faccio il cronista, il reporter o come diavolo volete chiamare questo mestiere. Il problema si pone dopo, finito il lavoro, quando nella mente si affollano le immagini della giornata e allora vengono a galla le paure, l’orrore per ciò che si è appena vissuto. Ma durante il lavoro, no, mai. Si crea una sorta di barriera, un distacco tra quanto accade e te. Dicono i medici che è un meccanismo di salvaguardia della nostra mente per cercare di non essere sopraffatta dal dolore, per non fuggire davanti a situazioni che potrebbero portare la mente a smarrirsi. L’unico paragone possibile è quello con il chirurgo. Un uomo capace di tagliare e cucire un corpo umano. Se durante ogni intervento si immedesimasse con il paziente, con il suo dolore, credo che non riuscirebbe più a fare il suo mestiere. Per il cronista, l’inviato di guerra o sui luoghi di una tragedia accade lo stesso.
da dilliar






