Semplicemente notizie?
Come deve comportarsi un giornalista quando viene in possesso di informazioni “sensibili”, magari ottenute da fonti non del tutto lecite, la cui rivelazione potrebbe scatenare un putiferio?
La questione è vecchia almeno quanto lo è il mestiere del giornalista, ma si ripropone con maggior insistenza oggi che i media tradizionali si trovano a competere con blog o, ancora peggio, con i super tempestivi servizi di microblogging.
Ciò che nel passato sarebbe stato ad esclusivo arbitrio del cronista, oggi non lo è più: scegliere di non pubblicare una notizia significa cedere lo scoop alla Rete. Molto spesso la stampa è costretta ad abbassare i propri standard dietro l’idea che certi “confidential documents”, verrebbero pubblicati ugualmente; è questa l’analisi che Poynter Online fa del recente caso “Twitter-TechCrunch”.
Il sito fondato da Michael Arrington, si è visto recapitare nella casella di posta elettronica più di trecento documenti sottratti dall’account Google di un dipendente di Twitter; il mittente sembra essere un certo “Hacker Croll”, il che lascia pochi dubbi sulle modalità con cui sono stati ottenuti i documenti in questione. Si tratta per lo più di informazioni riguardanti i dipendenti: contratti, colloqui, telefonate. Ma tra questi sono spuntate anche le previsioni di crescita della società e accordi confidenziali con grosse compagnie (AOL, Ericsson, Nokia), ritenuti dal direttore di TechCrunch di interesse pubblico.
La scelta del sito è stata spiegata così: << Pubblichiamo informazioni confidenziali quasi ogni giorno, materiale che può anche essere “rubato”, solitamente sottratto da un impiegato o da qualcuno vicino alla società . Certamente non è etico, come minimo illegale, per la persona che ci ha fornito le informazioni, ma per noi sono semplicemente notizie. Se non si è d’accordo allora non si è d’accordo con l’intera storia dell’industria dell’informazione.
Questo non significa che siamo autorizzati a fare tutto ciò che ci pare, al fine di pubblicare una notizia, ma se questa si trova nella nostra posta allora abbiamo giocato correttamente. Inoltre, se abbiamo ragione di credere che questa notizia verrebbe diffusa lo stesso, indipendentemente dal nostro comportamento, la decisione non è difficile da prendere: lanciamo la notizia anche se potrebbe danneggiare qualcuno, pubblicando ciò che riteniamo notiziabile.>>
A giudicare dai commenti, non tutti la pensano così, anzi, TechCrunch è stato condannato senza appello per la mancanza di etica giornalistica. Casi del genere si ripropongono sovente e senza nemmeno l’attenuante della competizione con l’informazione online. Per lo scandalo dei deputati britannici, ad esempio, ci si è chiesto se il Daily Telegraph avesse fatto bene ad acquistare le proprie fonti. Per non parlare dell’Italia, dove il dibattito etico sulla rivelazione di informazioni sensibili – molto spesso private, ma non meno di interesse pubblico – è sfociato in una battaglia politica senza precedenti.
Basterebbe seguire le semplici linee guida suggerite da PoynterOnline per rimanere nei limiti dell’etica? Non si può mai sapere. Ecco, allora, di seguito le poche domande che dovrebbe porsi un giornalista prima di pubblicare documenti compromettenti:
Qual’è lo scopo nel pubblicare quest’informazione?
E’ di interesse pubblico?
E’ più importante l’interesse pubblico o il diritto alla privacy di una compagnia privata?
Sei certo che l’informazione sia vera?
Le informazioni sono state ottenute legalmente?
Quali saranno le conseguenza della pubblicazione dell’informazione? Chi ne sarà danneggiato e chi, invece potrebbe trarne profitto?
Quali sono le motivazioni di chi ha trafugato le informazioni?
Stai proteggendo l’identità di un individuo che ha commesso un crimine per ottenere le informazioni?
Hai fatto in cambio dei favori per ottenere le informazioni?
Sarebbe interessante capire se anche i giornalisti italiani si pongono le stesse domande.
da sonia
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