Giornalismo

Paid-content, l’industria editoriale tenta il suicidio

kill_the_newspapersNiemanlab ha rivelato il progetto discusso dagli editori americani durante l’ultimo incontro di Chicago. Si tratterebbe di una piattaforma di distribuzione delle notizie che funga da intermediario tra i siti d’informazione online e i proprietari dei contenuti, una sorta di cartello degli editori pensato in modo da non infastidire troppo l’Antitrust.

E’ un’idea che sostanzialmente conferma la teoria del “suicidio rituale” avanzata dal giornalista Dan Conover. Scrive sul blog Xark: il concetto di paid-content, sebbene possa sembrare ragionevole – le persone pagano per leggere notizie prodotte da professionisti – nasconde, invece, la pretesa che il pubblico perda la consuetudine alle notizie gratuite – consuetudine acquisita in dieci anni d’informazione libera sul web – in favore del profitto dell’industria editoriale.

Nascosto dietro l’alibi di proteggere la creatività con il paid-content, ci sarebbe soltanto il tentativo di mantenere alti i margini di profitto di azionisti e dirigenti che, di volta in volta, addossano la colpa di questa crisi dei loro portafogli ai blogger, agli aggregatori, a Google. Poco importa che queste siano tutte argomentazioni decisamente discutibili, poco importa che il modello dell’accesso a pagamento abbia già fallito agli inizi del 2000, l’importante è tenere in piedi il vecchio sistema dell’informazione dall’alto verso il basso. Diversamente, gli editori si sarebbero già attivati nella sperimentazione di uno dei tanti modelli della cosiddetta new media economy.

Lo stesso Conover, in un lungo post, delinea uno scenario lungimirante su cosa potrebbe diventare il giornalismo, da qui ai prossimi dieci anni, grazie all’impiego massiccio delle information technologies. Ma prima che accadano questi cambiamenti è necessaria una riorganizzazione, uno snellimento nel sistema: no more monopolies; fewer people doing the same stories – scrive Conover – “Vertical integration now works only if you’re properly capitalized, competently managed. Most newspaper companies aren’t.”

Anche un recente studio realizzato da Moody’s Investors Service conferma che il problema dell’industria dei giornali è racchiuso in quella che viene chiamata “structural disconnect”: troppe spese di produzione e distribuzione della carta stampata e poche risorse impiegate nella creazione e vendita di contenuti. “This disconnect is a legacy of the industry’s vertical integration”.

Secondo Moody è necessario sostituire gradualmente questo modello, rinunciando ad una parte del potere di controllo sulla produzione, per reperire più risorse da reinvestire in contenuti e tecnologie. Purtroppo, come asserisce Conover, i grandi i gruppi editoriali non prendono in considerazione nessuna soluzione che comporti dei cambiamenti, soprattutto quelli che non garantiscono la possibilità di tornare a tassi di profitto a due cifre.

Cosa accadrà allora, quando il paid-content non sarà in grado di bilanciare le perdite di pubblicità? Quando il traffico web si ridurrà del 60% e gli editori dovranno pagare anche i proprietari delle piattaforme di revenue-sharing?

“La cosa migliore che oggi queste vecchie aziende editoriali possono fare è fallire rapidamente…. E’ la scelta che loro si trovano davanti, non noi. Segnaliamoglielo finché sono in vita e cerchiamo di ricordare quello che erano una volta, non quello che sono diventate’’

via Lsdi.it

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giu  09
8
alle 12:20
da sonia


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